un blog sul mondo dei giochi di ruolo, con le sfumature euforiche e disinibite tipiche dell'alcol.

Nella ricerca di nuove idee per avventure o ambientazioni, mi appassiona esplorare i miti classici, poiché è affascinante scoprire non solo le storie in sé, ma anche il contesto sociale e culturale che emerge da esse. 

Spesso non ci rendiamo conto delle influenze e delle tendenze che guidano i nostri pensieri in modo inconscio, ma attraverso questi racconti possiamo osservare le differenze nei modi di pensare dovute all’appartenenza a culture molto distanti dalla nostra.

Ciò che rende affascinanti alcune epopee storiche, come nel caso della “Epopea di Gilgamesh“, opera letteraria risalente a quattromila anni a.C., è che nel corso del tempo cambiano forma e sviluppano un vero e proprio intreccio narrativo che supera la loro esistenza originaria, dando vita a numerose nuove opere.

Le potremmo paragonare un po’ alle fanfiction odierne che ruotano attorno a opere come “Star Wars”, con la differenza che il testo originario veniva sostituito o integrato mano a mano che si produceva materiale successivo.

La riproduzione di opere letterarie, prima dell’avvento della stampa, era relegata a processi amanuensi molto costosi e lenti, che quindi necessitavano di manodopera qualificata e di finanziatori.

Ovviamente l’opera cambiava sia per l’ingerenza dei finanziatori stessi, che per vari motivi andavano a modificarne il contenuto, sia per gli errori dei copisti durante le trascrizioni o traduzioni da una lingua all’altra. 

A volte opere, come quella di Gilgamesh, venivano assemblate includendo singoli racconti in raccolte sempre più ampie e complesse. Di tanto in tanto, qualcuno cercava di razionalizzarle e armonizzare il testo, secondo i criteri e i gusti dell’epoca, attualizzando il contenuto.

Oggi questi processi di revisione e redazione delle opere sono stati limitati dal concetto moderno di diritto d’autore. Tuttavia sono fenomeni sociali e culturali che possiamo seguire nel tempo, ricostruendo le loro tracce fino a scoprire numerosi parallelismi con ciò che è giunto fino a noi, o ciò che comunemente consideriamo “originale“.

Ad esempio, chi avrebbe mai immaginato che in un’opera così antica proveniente dalla cultura mesopotamica si potessero trovare le tracce del Diluvio, che poi sarebbe diventato fonte d’ispirazione per la più “moderna” Bibbia? E che nel “Poema di Atrahasis” viene narrata la creazione dell’uomo da parte del dio Enki e della dea Nintu, portandoci di fatto di fronte all’opera religiosa più antica correlata alla Genesi!

Ma le sorprese non finiscono qui: all’interno di questo poema vengono elencate calamità simili a quelle delle “piaghe d’Egitto” descritte nella Bibbia, nel Libro dell’Esodo. Tuttavia, qui non sono inviate da Dio per costringere il faraone a liberare gli Israeliti, bensì dal dio Enlil per eliminare il “baccano” causato dal moltiplicarsi del genere umano!

Poiché le calamità, per vari motivi, non risolvono il “baccano”, il dio Enlil reagisce prontamente all’affronto stabilendo lo sterminio totale dell’umanità: ovviamente con il Diluvio Universale!

Per fortuna anche in questo caso, qualche divinità ribelle si è spesa per gli esseri umani ed invita Atrahasis ad abbattere la sua casa al fine di costruire una barca, suggerendogli di nasconderla affinché il dio Sole non la scorga. 

Alla fine sia l’eroe che le coppie di animali si salvano, e quindi al dio Enlil non resta che imporre agli uomini la mortalità e la “triplice legge” che consiste nella rendere alcune donne infeconde, far imperversare il demone che strappa i bambini dalle madri e istituire la consacrazione di alcune di loro proibendo loro, in questo modo, di divenire genitrici.

Però intanto Atrahasis ci guadagna la vita eterna! 

Vi ricorda nulla? Praticamente l’Arca di Noè è originale quanto un disegno ottenuto con l’intelligenza artificiale.

Esempi simili di derivazione tra opere sono presenti anche nel recente passato, ad esempio considerando il punto di vista di Frank Herbert, autore di “Dune”, o di Isaac Asimov, creatore del “Ciclo della Fondazione”, rispetto al franchise “Star Wars” del famigerato George Lucas tanto amato dalla Disney e dal suo braccio armato: Hasbro.

Entrambi gli autori hanno “ispirato” l’ambientazione desiderata tanto da Lucas. Sono evidenti i richiami ad Arrakis che il pianeta desertico Tatooine presenta, così come i poteri dei Jedi ricordano quelli delle Bene Gesserit, una setta in grado di esercitare il controllo mentale. Inoltre, la presenza di Coruscant, la città che ricopre l’intero pianeta, è ripresa dalla Trantor di Asimov. Da quest’ultimo autore deriva anche la presenza massiccia di droidi e androidi e l’idea dell’impero galattico!

Nelle epopee di Odisseo e Gilgamesh, entrambi intraprendono un viaggio fino ai confini del mondo e discendono nei regni dei morti. Durante la sua discesa agli inferi, Odisseo segue i consigli e le indicazioni di Circe, una semidea figlia del dio del sole Elio, il cui regno si trova ai confini del mondo conosciuto e può essere associato al sole stesso. 

Come Odisseo, Gilgamesh trova il modo di raggiungere il mondo dei morti grazie all’aiuto divino della dea Siduri, che come Circe vive nei pressi dei confini del mondo, nel mare. Anche la dimora di Siduri è correlata al sole: Gilgamesh la raggiunge attraversando una galleria sotto il monte Mashu, l’alta montagna dietro la quale il sole sorge per poi innalzarsi nel cielo. Questi paralleli suggeriscono una ricca simbologia e connessioni tra i due epici viaggi.

Insomma, così come la narrativa si evolve di opera in opera, percorrendo millenni e passando di cultura in cultura, così avviene nel mondo del gioco di ruolo. I primi giochi diventano i progenitori dei loro successori, avventure vengono riprese o riproposte a distanza di anni, facendo girare la stessa ruota tra una generazione di giocatori e l’altra.

Non bisogna necessariamente aspettarsi originalità in un gioco di ruolo, ma è piuttosto sensato cercare un’esperienza coinvolgente una volta seduti al tavolo con altri giocatori, indipendentemente dalla scelta del regolamento.

Ma tornando al racconto epico di Gilgamesh, questo non è interessante solo per i parallelismi con la Bibbia, come nel ruolo del serpente che causa il fallimento della ricerca dell’immortalità da parte del re di Uruk, bensì per il tipo di ricerca che contraddistingue molte delle epopee dell’eroe.

Gilgamesh nella sua ricerca dell’immortalità finisce per incontrare proprio Atrahasis a cui chiede come ottenere anch’esso questo anelato dono, ma purtroppo per lui non ci sarà nessuna buona novella.

Infatti, ciò che spinge Gilgamesh ad affrontare i pericoli è il tema della “morte” (come nel caso della morte dell’amico e fedele servitore Enkidu), e del “morire”, un evento apparentemente superabile solo attraverso il rendere imperituro il proprio nome.

Ricordiamoci inoltre che, per “civilizzare” il povero Enkidu, egli viene prima irretito sessualmente dalla sacerdotessa sacra Shamhat, che lo introduce non solo al piacere delle carni per sei giorni e sette notti, ma anche a quello dei cibi cucinati e delle bevande alcoliche.

Eh sì, perché non c’è vera vittoria senza un brindisi!

Successivamente, Enkidu ormai civilizzato e rifiutato dal mondo selvaggio, verrà accompagnato da Shamhat alla città di Uruk, dove otterrà l’amicizia di Gilgamesh. Questo a simboleggiare il passaggio dalla natura alla civiltà, dall’adolescenza all’età adulta. Il tema della trasformazione è stato poi riproposto con ovvie traslazioni in molti dei personaggi di George Lucas.

Gilgamesh non è semplicemente un eroe momentaneamente sconfitto che deve solo riprovarci, ma piuttosto un individuo per il quale la sconfitta diventa il punto di partenza per una nuova comprensione delle vere dimensioni umane della vita. 

È il serpente, uno dei simboli dell’eterno ritorno, a emergere con le sue mute periodiche, simboleggiando la natura dell’opposizione tra Essere e Non-essere, il Divenire e il continuo mutamento dell’eterno ritorno.

Questo potrebbe sembrare una conclusione malinconica e inconcludente da un punto di vista eroico, ma da un punto di vista sapienziale è una conclusione piena e che non ammette ulteriori sviluppi.

Ogni eroe percorre un viaggio, ma questo può essere percorso fino in fondo solo se egli ha un motivo una ragione, e questo è tanto vero nella narrativa quanto nel gioco di ruolo.

E gli Dei convennero di dargli un avversario,
pari in forza e bellezza:
in terra precipitarono una stilla di firmamento…
ed ecco sorgere Enkidu, figlio del silenzio,
saetta di Ninurta,
delle umane cose ignaro.

Franco Battiato (1992) “Gilgamesh” per l’etichetta EMI. 

Riferimenti:

Dave Seeley (~2020) “Star Wars: Rogue Leader”. 

Friedrich Nietzsche (1883-1885) “Così parlò Zarathustra”.

Joseph Campbell (1949) “L’eroe dai mille volti”. 

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