In principio era il Dungeon Master. Poi, come in una carta dei vini che si fa via via più pretenziosa, è diventato Game Master, Narratore, Arbitro, Regista e, nei casi più disperati (o felici) Alcolista. Tante etichette diverse per incollare lo stesso ruolo.
O quasi, come vedremo tra un sorso e l’altro.
Guardando le vecchie foto di Gygax e Arneson, quei due sembravano nati dietro lo schermo al tavolo da gioco, quasi fosse un prolungamento naturale delle loro braccia. Eppure, la storia ci insegna che anche loro si sono sporcati le mani lanciando dadi come semplici giocatori, in campagne tra amici ed infinite sessioni di playtest.
Oggi, invece, c’è una tendenza curiosa tra i moderni autori di giochi di ruolo – quelli che preferiscono farsi chiamare Game Designer, forse per darsi quel tono da sommelier prima di versare il Tavernello nel bicchiere. Tendono a farsi ritrarre come deus ex machina assoluti, entità superiori trincerate dietro l’immancabile feticcio autoriale o schermo annesso. Forse è perché quella barriera di cartone conferisce quell’aura quasi divina che piace tanto, soprattutto quando sono sobri (un miracolo raro nel nostro ambiente, diciamocelo), o forse è colpa di un pubblico di astemi che tende a idealizzare chi tiene il coltello dalla parte del manico.
Ma qual è il vero problema di questi “Autori”? Semplice: spesso sono solo dei Master che non hanno mai smesso di esserlo.
Ne parlavo sui social – quel grande calderone di opinioni dove tutti si sentono i Masterchef del commento – e ne è uscita una discussione interessante: in un gioco che prevede una “regia”, un autore può definirsi tale se non è stato sia regista che attore? È un po’ come chiedere se puoi fare il barman senza aver mai assaggiato un cocktail. Certo, puoi mescolare gli ingredienti a caso, ma il rischio di servire una schifezza imbevibile è alto.
C’è chi sostiene che l’esperienza da Master sia il requisito minimo sindacale. Dicono che solo da quella sedia scomoda si possa avere una visione d’insieme e gestire l’umore dei giocatori dopo il terzo fallimento critico.
Ma si sbagliano. Essere stati Master non basta. Anzi, a volte è proprio il problema.
Se parliamo di giochi “classici”, sorge un problema opposto. Quando un autore è abituato a stare sempre e solo dal lato del Master, sviluppa un vizio di forma. Una certa cultura del GdR è spesso scritta dai Master per i Master. Sono personaggi con un punto di vista privilegiato, certo, ma parziale. Cos’è, in fondo, una regola? È il bicchiere che contiene il liquido. Ma se tu guardi solo il bicchiere e te ne freghi di chi deve bere il vino, hai un problema.
Ho notato che moltissimi aspiranti designer in erba hanno diretto sempre e solo lo stesso gruppo di amici, magari dagli anni del liceo. Questo è bellissimo per l’amicizia, ma letale per il game design. Se giochi sempre con le stesse persone, sviluppi dei bias enormi. Ti abitui alle loro reazioni e pensi che “il gioco di ruolo” sia quello. Invece no, quello è solo il tuo tavolo. È come bere solo il vino del contadino sotto casa e convincersi che sia l’unico vino al mondo, ignorando che là fuori ci sono annate, vitigni e tannini che ti spezzerebbero le gambe (ed il portafoglio!).
Un Autore deve uscire dalla sua zona di comfort. Deve tenere sessioni con sconosciuti, per gruppi disfunzionali, drogati, cannibali ed ingegneri.
Ma soprattutto, deve sedersi dall’altra parte.
Il Master sa dove il sistema scricchiola perché lo tiene insieme col nastro adesivo. Ma solo il Giocatore sa quanto fa male quando quel sistema ti crolla addosso. Se non provi la frustrazione di subire quelle regole invece di amministrarle, la tua visione resterà sempre parziale.
Quindi, cari aspiranti designer o sommelier del regolamento: prima di scrivere la vostra opera magna, assicuratevi di aver bevuto stando in entrambi i lati del bancone.
Non basta semplicemente saper versare, dovete sapere quanto è buono quello che state per bere, specialmente quando tocca scolarlo tutto d’un fiato.
Altrimenti rischierete di spacciare metanolo per vodka. E noi, qui, ce ne accorgeremo subito.
Salute.
You’ve got to know when to hold ‘em
Know when to fold ‘em
Know when to walk away
And know when to run
You never count your money
When you’re sittin’ at the table
There’ll be time enough for countin’
When the dealin’s done
Riferimenti:
“I bari” è un dipinta a olio su tela di 94×131 cm realizzato nel 1594 dal pittore italiano Caravaggio.

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