Le comunità di giocatori rappresentano un universo unico all’interno del vasto panorama dei giochi. Più che semplici gruppi di appassionati, sono dei veri e propri crocevia di connessioni e di interscambi culturali in cui si può immergersi in un mondo di condivisione, confronto e crescita.
Le comunità di giocatori, sono spazi in cui si favorisce la crescita personale, il divertimento e la solidarietà. Sono luoghi in cui le passioni si intrecciano, le amicizie sbocciano e i legami si consolidano.
Non importa il background culturale, la provenienza geografica o il livello di esperienza: ciò che conta è l’amore condiviso per il gioco. Qui, le differenze tra le persone si dissolvono di fronte alla passione comune, o almeno così dovrebbe essere…
Ma nella pratica, quante comunità della nostra penisola sono veramente così idilliache?
C’è chi si allontana da certe comunità perché le ritiene ambienti tossici in cui le persone si sentono libere di poter prevaricare o offendere gli altri, ed in cui non c’è una struttura organizzata che permetta di mantenere una fruibilità sana delle attività. Alcune sono inutilmente invasive, tentando di entrare a forza nel mondo dell’identità sessuale o dell’appartenenza politica, soprattutto inizialmente con atti più o meno strutturati di selezione. Altri si sentono discriminati, sopraffatti o trascurati e, inevitabilmente, abbandonano la scena.
Noto due comportamenti che, in modo diverso, sembrano portare nei fatti a risultati sterili e allontanano persone sane. Il primo consiste nell’ingaggiare battaglie monumentali per l’inclusività, quando in realtà basterebbe praticarla senza fare tanto clamore, evitando di banalizzare l’argomento riducendolo a un simbolo Ə limitato a comunicati scritti. Non che non la si possa usare, ma sarebbe auspicabile accompagnarla con dei gesti di perentoria inclusività, evitando di escludere l’altro quando non ci piace e non perché si comporta malamente.
Il secondo comportamento è quello di politicizzare le comunità di gioco, quasi fossero l’arena per scontri politici, quando esistono altri contesti più adatti per questo genere di dibattiti. Dopotutto, l’antifascismo è un principio insito nella nostra Costituzione, e dovrebbe essere promosso attraverso azioni concrete anziché limitarsi a farsene semplici fautori. Tutto è politico, non è sbagliato parlare di politica nel mondo del gioco, è il come e il quando che fanno la differenza.
Spesso si riscontrano atteggiamenti intimidatori, talvolta promossi direttamente dagli organizzatori stessi o con il loro tacito consenso. Questi comportamenti possono portare a decisioni incoerenti caratterizzate da rigidità o affarismo piuttosto che da una genuina cura per la comunità, trasformando le persone coinvolte in strumenti per il proprio egoismo e la propria auto-promozione.
Per alcuni può essere complicato stabilire legami duraturi con persone con cui si condivide solo la passione per il gioco. Quando l’interazione è occasionale e limitata, possono non emergere facilmente attriti, ma con il passare del tempo, questi tendono a manifestarsi. Infatti comportamenti che sconfinano nel sessismo o abilismo usciranno tragicamente fuori, prima o poi. Queste sono fragilità tipiche delle comunità agli esordi, che andrebbero anticipate e affrontate con trasparenza e coerenza, specialmente quanto il capitale umano che fa capo a quella comunità è eterogeneo.
È probabile che il limite delle comunità, man mano che crescono, risieda nell’incapacità di alcuni amministratori di delegare e condividere la gestione in modo democratico. Spesso questi arrivano ad amministrare delle comunità non per meriti partecipativi ma perché hanno prontamente “messo il cappello” nei primi momenti embrionali, quando alcuni movimenti di persone nascono spontanei.
Successivamente ho osservato situazioni tristi con ribellioni interne o, ancora più deprimenti, chiusure unilaterali dei gruppi e relative attività.
Si celebra il raggiungimento di numeri tondi di iscritti, ma raramente si è visto elogiare l’impegno delle persone e del loro contributo a quel traguardo, in una miope ed egoistica esaltazione personale dei vari “boss“.
In fine, alcuni lamentano la mancanza di comunità focalizzate sulla vera passione, sostituita da un’ossessione per l’accumulo di “oggetti” anziché per il coinvolgimento autentico e la condivisione con altri giocatori.
Insomma, comunità non è garanzia di salubrità.
Ma qualcosa che funziona c’è! non c’è bisogno di corriate ad attaccarvi alla bottiglia! almeno aspettate di arrivare alla fine…
Ci sono comunità che portano volontari alle fiere senza imporre alcuna egemonia culturale o politica, che nutrono in maniera coerente e sincera le loro attività al fine di farle crescere libere piuttosto che profittevoli.
Ci sono gli autori con una coscienza, umili e instancabili, che lavorano per sostenere, anziché dominare, le comunità che si formano spontaneamente intorno al loro lavoro. Spesso, la loro influenza si traduce nella possibilità di aprire spazi li dove prima non c’erano, o nella creazione di eventi ed opportunità di crescita. Questo avviene in un contesto di reciproco scambio di interessi, al di fuori di alleanze e intenti meramente commerciali. La perfetta simmetria non sarà quasi mai possibile, ma mantenere l’equilibrio renderà vantaggioso il rapporto per tutti.
Spesso queste comunità sono fucine di idee da cui gli autori non hanno che da prendere a piene mani, spesso agiscono come dei veri e proprio volontari, assistenti e ricercatori! Questo non può che essere vanto per un autore, oltre che fonte di nuove relazioni umane per tutti e infinite soddisfazioni.
Le comunità spesso fungono da fucine di idee, offrendo agli autori una ricca fonte di ispirazione e supporto. Gli autori stessi possono trovarvi volontari, assistenti e aiutanti, ricavando da questo coinvolgimento una fonte di gratificazione personale e di nuove relazioni umane.
Quando una comunità diviene uno scambio vantaggioso per tutti, dove il ritorno non è solo d’immagine ed economico per chi le amministra, allora sono veramente una rete di interessi che arricchiscono anche le macro comunità di cui fanno parte.
Parliamo spesso delle comunità aperte al pubblico, accessibili senza restrizioni e dove l’ingresso è praticamente libero. Tuttavia, è più complesso discutere delle comunità chiuse, che potrebbero richiedere il pagamento di una quota di iscrizione o mantenere le loro attività private e non accessibili a tutti.
Si potrebbe anche fare una distinzione tra le comunità che si creano nelle città, nelle fiere e festival, nei negozi, e quelle che si creano sui social.
Quando pongo domande in una comunità online, devo tener conto della possibilità che la mia richiesta venga interpretata in modi diversi sia dagli utenti che dagli amministratori. Questi ultimi potrebbero avere prospettive differenti persino rispetto agli altri membri della comunità che gestiscono.
Per questo, se possibile, preferisco condividere domande o dubbi direttamente sui miei profili social e confrontarmi direttamente lì, con chi desidera rispondermi.
Quando condivido sui miei profili social, la mia comunità assume una natura dinamica e temporanea, composta dalle persone che al momento visualizzano il mio post e sono disponibili a interagire. Questo concetto mette in evidenza la fluidità e la non convenzionalità dei social, che possono aiutare a formare comunità virtuali vincolate ad attività e interessi condivisi in quel preciso momento, per poi dissolversi.
Credo che questo approccio faciliti la possibilità di seguire le discussioni direttamente, consentendo una gestione più semplice delle interazioni. Inoltre, favorisce un dialogo più diretto con gli altri, arricchendo il coinvolgimento e la partecipazione. Questo è particolarmente vantaggioso, poiché permette di comprendersi e chiarire le proprie posizioni, prima di essere bannato o espulso nel bel mezzo di una discussione, cosa che preclude ogni futura partecipazione alla comunità.
Tuttavia, ci sono delle considerazioni importanti da tenere in conto. Questo metodo si concentra principalmente su di me e sui miei profili, il che potrebbe creare un ambiente di interazione in un contesto tendenzialmente meno neutrale come potrebbe succedere su di un gruppo amministrato (bene).
Inoltre, a differenza dei gruppi tematici che possono essere facilmente trovati attraverso ricerche specifiche, il mio profilo potrebbe non emergere in modo simile nelle ricerche, limitando così l’accesso solo alle persone che mi hanno aggiunto come amico.
Per questo motivo lascio sempre che tutti i miei post siano visibili a chiunque.
Inoltre, evito di eliminare i vecchi post o le discussioni accese, poiché credo nel principio della trasparenza, che include la necessità di mostrarmi per ciò che sono, compresi errori, spigoli e difetti. Non cerco di presentare una versione migliorata o perfezionata di me stesso. Ciò che è avvenuto nel passato è passato; una discussione passata non dovrebbe diventare un motivo per eterni giudizi pubblici. È semplicemente parte della vita; chiunque voglia usare il passato per fare critiche è libero di farlo.
In ogni caso, per affrontare queste situazioni, ho un’abbondante scorta di alcol a disposizione!
Personalmente, vedo le comunità social come una versione attenuata di quelle dal vivo. Anche se quest’ultime richiedono un maggiore impegno, l’interazione diretta e l’esperienza emotiva sono più profonde. Tutto dipende dalle necessità e dalle preferenze individuali; per me, la condivisione e il confronto occupano sempre la vetta della piramide del cambiamento.
Durante le mie visite alla ludoteca di un caro amico, ho imparato che non sono solo i momenti di gioco a contare, ma tutte quelle interazioni più o meno profonde con gli altri. Dalla condivisione degli spazi o dei mezzi di trasporto, alla convivialità nel mangiare e bere assieme.
Tutto ciò contribuisce a una sana convivenza, ed è un modo per celebrare la vita, le relazioni e i legami umani che ci uniscono. È un valore aggiunto rispetto al semplice scambio di informazioni online o alla partita isolata che termina con la nostra disconnessione…
Nei social media, sembra che la rapidità di accesso alle comunità sia spesso considerata più importante del contenuto stesso, anche se ciò può comportare una certa omologazione e impersonalità. La gestione del tempo viene sottomessa ad un senso egoistico ed utilitaristico che però non corrisponde ai valori della comunità.
Questo approccio egoistico e utilitaristico alla gestione del tempo non rispecchia i valori fondamentali di una comunità, poiché mette l’accento sull’interesse individuale e immediato piuttosto che sul benessere collettivo e sulla costruzione di legami significativi. Una comunità dovrebbe essere guidata da valori di reciprocità, collaborazione e sostegno reciproco, piuttosto che da una mentalità orientata all’auto-soddisfazione e alla gratificazione immediata.
La vera forza di una comunità risiede nella sua capacità di promuovere un senso di appartenenza e di solidarietà tra i suoi membri, non nell’individualismo egoistico.
Oh, I get by with a little help from my friends
Mm, I get high with a little help from my friends
Mm, gonna try with a little help from my friends
Riferimenti:
“Questo mondo non mi renderà cattivo” è una serie animata di Zerocalcare (Michele Rech) prodotta da Netflix.

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