Il termine “robot” deriva dalla parola ceca “robota” che significa “lavoro forzato” o “servitù”. Fu coniato dallo scrittore ceco Karel Čapek nel suo dramma teatrale “R.U.R.” (Rossum’s Universal Robots) del 1920. Nella sua opera, i “robot” erano esseri artificiali creati per svolgere lavori faticosi al posto degli esseri umani.
Quando poi Asimov nel 1942, nella sua storia breve “Runaround”, inventò le famose tre leggi, coniò appunto il termine “robotica” con il quale descriveva una disciplina scientifica e ingegneristica che si occupasse di creare macchine intelligenti capaci di eseguire compiti autonomamente.
Nella produzione letteraria, a queste macchine sono stati attribuiti sia ruoli positivi che ruoli negativi a seconda dell’autore, dell’opera o del periodo storico.
Dagli automi intelligenti e terrificanti di Terminator, a quelli simpatici e irriverenti R2-D2 e C-3PO della saga di Star Wars, fino ai supercomputer senzienti come HAL 9000 di “2001: Odissea nello spazio”, passando per il Golem dell’omonimo libro di Gustav Meyrink, il robot positronico Robbie di Isaac Asimov e Tik-Tok di John Sladek, che eludendo le sopracitate leggi della robotica ci porta paradossi e temi etici simili, ma in una versione più moderna, ad un suo celeberrimo cugino letterario: la creatura del dottor Frankenstein di Mary Shelley.
Tutte queste sono macchine e quindi è facile intuire che di per se la parola “macchina” non ha una connotazione univoca. Non ci sono macchine necessariamente buone o cattive, e nel mondo immaginario queste possono prendere qualsiasi sfumatura di valori.
Anche nella storia il termine “macchina” ha significato cose diverse. Partendo dal periodo antico, come la leva, la torre d’assedio, la ruota idraulica, il mulino o la macina, oppure quello rinascimentale, come il carro di Leonardo, l’orologio astronomico, la stampa a caratteri mobili, quelle dell’era moderna, come la macchina a vapore, il tornio meccanico, i motori a combustione interna, i computer, gli smartphone…
Il termine “macchina” racchiude più significati, tanti quante sono le tipologie di macchine che ci circondano. Questo vasto spettro di concetti, rappresentato dalle diverse tipologie di macchine, sembra convergere oggi in un’unica definizione di “macchina” che, per sua natura, è diametralmente opposta all’essere umano.
Forse è che il termine in se è un po’ desueto e vi preferiamo altri termini più moderni: “dispositivi”, “apparecchi”, “apparati” o “tecnologie”, forse in un futile tentativo di sfuggire le nostre paure nascondendole dietro parole meno evocative.
Ma sempre di “macchine” si tratta.
La macchina della società capitalista, la catena di montaggio utilitaristica che macina persone nei suoi ingranaggi, è uno spettro che appare più volte nei racconti, nelle canzoni, nei film e nel vasto mondo dell’espressione umana, ed è simbolo di questa visione che ci trova contrapposti ad essa quasi volessimo bloccarne la repentina ascesa.
In realtà, si potrebbe dire che ci sono due grandi forze contrastanti in atto: una tende a rendere le macchine sempre più simili agli esseri umani, magari dotandole di emozioni; l’altra spinge gli esseri umani a trasformarsi in macchine, focalizzandosi esclusivamente sul profitto.
Lo scenario più atroce vedrebbe queste due forze convergere per l’unico obiettivo del profitto. A quel punto ci sarebbero poi solo macchine disumanizzate e disumanizzanti, che sarebbero in grado di esistere solo in funzione del profitto di chi le possiede.
Questo sarebbe il momento giusto per fare un profondo respiro e versarsi un bicchierino.
Ma veramente le macchine fanno così paura?
Secondo la definizione che ne da Rodari, una “macchina buona” è in grado di svolgere molteplici compiti e di adattarsi a diverse situazioni, ampliando così le possibilità di utilizzo e di risultati. Al contrario, una “macchina cattiva” è progettata per eseguire un’unica funzione in modo rigido e limitato, riducendo le sue potenzialità e la sua utilità.
Quindi una macchina buona potrebbe essere un ponte per riuscire a superare il baratro dei propri limiti e giungere a distanze e luoghi che non si potrebbero visitare altrimenti. Un moltiplicatore di possibilità.
Perché le possibilità anch’esse non sono ne buone e ne cattive, ma sicuramente è meglio averne più possibile, possedere alternative e destinazioni in un numero sufficiente a calzare le dimensioni della nostra creatività.
Quindi a che regole dovrebbe sottostare una macchina perché questa non sia solo portatrice di terribili visioni angoscianti e futuri distopici? Basterebbero ancora le tre leggi della robotica coniate da Asimov?
Rodari ha sempre sostenuto che la creatività e l’immaginazione sono strumenti fondamentali per la crescita personale e la libertà. Nella sua Grammatica della Fantasia diceva “non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”.
L’idea che promuovere l’espressione artistica e creativa sia essenziale per liberare l’individuo dalla schiavitù della conformità e dell’omologazione, potrebbe venirci in aiuto proprio per definire le regole a cui queste macchine dovrebbero sottostare.
Non facciamoci illusioni: le macchine non sono perfette, soprattutto se le immaginiamo sempre più simili a noi. Dopotutto, l’errore è parte integrante della natura umana.
L’errore può essere visto come parte integrante, a pieno titolo, del processo di adattamento e cambiamento dell’essere umano.
In Rodari c’è solo una prospettiva che tenga insieme regole ed errori, ed è quella della possibilità.
Ed è proprio li che risiede il baricentro tra bene e male, nel regno delle possibilità, tra macchine che aiutano l’uomo nel suo percorso di evoluzione e quelle che ne frenano lo sviluppo. Per questo motivo è importante quale dialogo instaureremo con queste macchine.
Quale miglior linguaggio da usare in questo dialogo se non quello dell’informatica?
L’informatica è un regno delle possibilità, una disciplina che combina la precisione della scienza esatta con l’ispirazione per pensatori anarchici e libertari. Pensiamo ad esempio a internet, un vero e proprio mix di mezzi di comunicazione e luoghi dove “abitare” virtualmente. Finché internet rimarrà un regno delle possibilità, sarà un bene per l’umanità. Tuttavia, quando diventerà senso unico asservito ad uno scopo specifico, come il profitto, rischierà di trasformarsi in uno dei tanti capolinea che la nostra società ha già incontrato.
Ma cerchiamo di chiarire un punto fondamentale: scienza esatta non significa necessariamente profitto, così come possibilità non è sinonimo esclusivo di anarchia. La matematica e la logica, che sono alla base dell’informatica, sono strumenti democratici e universali. La loro bellezza risiede proprio nel fatto che sono uguali per tutti e possono essere applicati in modi molto diversi.
Il vero rischio non sta nella natura esatta della scienza, ma nell’uso che ne viene fatto. La matematica, infatti, è neutrale: può essere usata per sviluppare algoritmi che favoriscono la condivisione libera delle informazioni, così come per costruire sistemi di sorveglianza o meccanismi di profitto monopolistici. La vera differenza la fanno le intenzioni e la direzione verso cui l’uso dell’informatica viene orientato.
Quindi se ci interessa difendere i nostri diritti, da chi li calpesta portando sul viso la maschera del progresso a tutti i costi, dobbiamo sempre domandarci se quella nuova macchina è portatrice di possibilità o se invece il linguaggio che usa è indirizzato ad un unico e preciso scopo.
Anche se non capiremo quale sia quello scopo preciso, sicuramente la mancanza di pluralità e di possibilità ci farà da bussola nel decidere quale sia la strada migliore da scegliere per la nostra evoluzione.
Perché a differenza delle macchine che vivono nel mondo del fantastico, quelle del mondo reale possono fare più paura.
Mentre le macchine fantastiche sono, a ben guardare, una metafora dell’uomo che usa la creatività per risvegliarsi dal suo ruolo di schiavo nella società dell’utile, le macchine del reale sono oggetti che devono trovare la loro collocazione tra il bene e il male, tra le possibilità e l’imbuto.
Da giocatori, può essere utile fare un parallelismo tra il linguaggio di programmazione di un computer e le meccaniche che utilizziamo in un sistema di gioco.
Nei giochi di ruolo, il termine “macchina” sembra poco rilevante fino a quando non pensiamo alle “meccaniche” che vengono utilizzate mentre si gioca, poiché è in quei meccanismi che possiamo individuare gli elementi che ci permettono di scoprire la connessione con il mondo delle macchine.
Nel contesto dei giochi di ruolo, il termine “meccanica” si riferisce all’insieme di regole, sistemi e processi che governano il funzionamento del gioco. Le meccaniche stabiliscono come i giocatori interagiscono con il mondo di gioco, come si risolvono le azioni e i conflitti, e come si gestiscono gli aspetti numerici e strategici del gioco.
Quell’insieme di elementi costituiscono il regolamento allo stesso modo di come gli ingranaggi costituiscono una macchina.
Come per le “macchine buone” di Gianni Rodari, un ” buon regolamento” dovrebbe essere flessibile, non limitato ad una singola funzione, ma in grado di adattarsi a diverse situazioni, dovrebbe favorire l’inventiva dei giocatori, permettendo loro di esplorare e scoprire nuovi utilizzi. Inoltre, dovrebbe essere inclusivo, accessibile a tutti senza discriminazioni, promuovendo l’uguaglianza. Al contrario, regole rigide e limitative, che forzano i giocatori in un unico percorso o modo di gioco, somigliano alle macchine cattive, riducendo l’esperienza a una sequenza di azioni predefinite, privandola della creatività e dell’imprevedibilità.
Anche se un gioco risulti cattivo, secondo questa definizione, non vuol dire che non possa risultare divertente. Controsenso?
Ma attenzione a non trovarvi talmente sommersi da giochi pensati solo per l’utile a tal punto da rendervi impossibile trovare quelli creati per farvi divertire.
Welcome my son
Welcome to the machine
What did you dream?
It’s alright we told you what to dream
Riferimenti:
“Robbie and Gloria” di David Shannon come Cover del libro di Asimov “Io, robot”.
“Grammatica della fantasia” dello scrittore e pedagogista Gianni Rodari pubblicato nel 1973 da Giulio Einaudi Editore.
“Rodari digitale. Dalla «Grammatica della fantasia» al Coding” di Stefano Penge edito da ANICIA.

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