un blog sul mondo dei giochi di ruolo, con le sfumature euforiche e disinibite tipiche dell'alcol.

Quando ero alle medie, una simpatica supplente d’italiano, citò uno sconosciuto Vladimir Propp, raccontando di quanto fossero incredibili le sue carte con cui, a suo dire, era possibile narrare qualsiasi storia.

Ci volle più di un decennio prima di capire chi fosse veramente Propp e a cosa quella professoressa stesse facendo riferimento.

Così venni a conoscenza dello Schema di Propp, con cui l’antropologo Russo, ha dimostrato che ogni favola ha una struttura simile, con una serie di funzioni che si ripetono sempre.

L’intenzione di Propp non è mai stata quella di rivelare significati nascosti nei racconti esaminati, ma piuttosto di evidenziare gli elementi strutturali fissi che costituiscono le basi delle strutture narrative delle storie popolari.

Ed è stato talmente bravo da identificare 31 diverse funzioni con cui 7 tipologie di personaggi virtualmente possono ricostruire tutte le fiabe della tradizione russa, e non solo quelle… peccato che lui non sia anche l’inventore della Vodka.

Certo non è che il povero Vladimir potesse prendere per se tutta la fama dell’epoca, ed infatti, poiché russo, non se lo sono praticamente filati per un bel po’ di tempo.

Poi a complicare le cose ci pensò quel simpaticone di Claude Lévi-Strauss a cui salì il sangue al cervello leggendo le opere di Propp.

Russi e francesi avevano da saldare conti da prima di Napoleone, così scrisse un intero lavoro contro Propp… cosa normale per una persona nata a Bruxelles, patria del Lambic, costretto a bere vino francese davanti alle rive della Senna.

A seguire anche Joseph Campbell si mise a dire la sua sul mito dell’eroe… spesso gesticolando mentre tracannava in un sol fiato interi bicchieri di Borboun

Insomma, l’avrete capito da voi, eravamo in mani a sedicenti alcolisti!

Comunque mentre Campbell si era concentrato principalmente sulla mitologia e sui miti culturali, Propp ha analizzò la struttura delle fiabe. Così a primo impatto sembrerebbe che il primo abbia fatto un lavoro più nobile del secondo, ma posso assicurarvi che sono entrambi lavori validi e diligenti alcolisti.

Mentre lo schema di Propp si concentra sulle funzioni narrative e sui personaggi all’interno di racconti popolari specifici, Campbell, nei suoi lavori, offre una struttura più ampia e universale che tratta della crescita personale e dell’avventura dell’eroe attraverso una serie di tappe.

Entrambi forniscono strumenti utili per analizzare e comprendere le narrazioni, ciascuno con il suo approccio unico e le sue applicazioni specifiche.

E’ evidente quanto comprendere a pieno la struttura, i tre atti, e gli elementi simbolici della narrativa ci possa servire ad elevare la nostra capacità di costruire storie avvincenti.

Spostandoci dalla fiaba e guardando alla letteratura in generale, il formalismo o strutturalismo russo ha cercato di identificare gli elementi che rendono un testo un testo letterario. Tuttavia, col passar del tempo, si è cominciato a suggerire che forse ci fossero altri fattori che contribuissero alla letterarietà di un testo, come il rapporto con l’autore e la sua storia.

È una questione molto complessa, suggerisco quindi di cominciare subito con qualcosa di forte, da bere. 

Abbiamo due macro categorie: da un lato, c’è chi vede il rapporto tra testo e lettore in modo rigido, dove il lettore legge solo ciò che è scritto nel testo; dall’altro lato, c’è chi propende per un dialogo più aperto. In quest’ottica, il lettore legge nel testo parte di sé stesso e della propria esperienza, considerando il testo non solo come una comunicazione preimpostata ma come un’opportunità di dialogo. 

Un esempio di ciò è rappresentato dal Canto di Ulisse nella Divina Commedia di Dante. Ulisse narra la sua ultima avventura, quando decise di navigare verso l’ignoto, oltre le Colonne d’Ercole, sfidando il divieto degli dei e mettendo a repentaglio la vita dei suoi compagni. Questo atto di presunzione e ribellione viene punito nell’Inferno, dove Ulisse è condannato a vagare in eterno in una tempesta infernale. 

Il modo in cui oggi dobbiamo interpretare l’idea che Dante cela dietro la figura di Ulisse evidenzia come i nostri valori possano essere diversi dai suoi. Mentre per Dante l’azione di Ulisse è un esempio di curiosità sprezzante che è fuori dalla grazia di Dio, per altri può essere fonte di fascino per l’espresso desiderio di esplorare l’ignoto. 

Un altro esempio è l’elogio della curiosità fatto da Galileo Galilei nel suo lavoro “Il Saggiatore”. Galilei esalta la curiosità come motore dell’indagine scientifica e come fonte di conoscenza, affermando che è attraverso la sua esercitazione che si possono scoprire le verità nascoste della natura. La curiosità non è solo una virtù, ma anche un dovere morale, poiché solo attraverso la ricerca attiva e la sperimentazione possiamo accrescere la nostra comprensione del mondo. 

È quindi fondamentale instaurare un rapporto con il testo, che non sia solo una lettura del testo stesso ma anche una riflessione su noi stessi e sulle nostre prospettive. 

Il viaggio dell’eroe, o monomito, è un concetto che si è andato perfezionando nel tempo tramite l’analisi dei testi, miti, folclore e leggende. 

Ne ho inizialmente parlato nel post relativo al Nowruz in cui citavo “il viaggio degli uccelli” un testo persiano squisitamente allegorico e metaforico. 

E’ una struttura, che ha molte variazioni, e difficilmente le persone che la studiano nel contesto della narrativa riescono a percepirne tutti gli aspetti, come le trasformazioni che implicitamente colpiscono il personaggio e quindi l’uomo. 

Mentre nella narrativa, l’eroe completa sempre il suo viaggio, nella vita sono poche le persone che completano il viaggio, perché il viaggio è lungo e anche se all’inizio sembra affascinante presto diviene fonte di grandi sfide. 

Inizia quasi come un gioco, per poi subito entrare in una fase diversa, fatta di ombre, di minacce, caos, lotte, sfide. Un percorso di trasformazione, un viaggio interiore. 

Fondamentalmente il viaggio arriva alla sua metà nel momento che si arriva a sentirsi completamente annientati; solo quando si diventa completamente niente, si diventa lo specchio della comunità umana. 

Arrivare al fondo e decidere di continuare a vivere, vivere nonostante tutto, fare una scommessa, prendere il destino per le corna. 

Solo a quel punto si è pronti per l’altra metà del viaggio, il ritorno. 

Chi è cosciente di non avere molto tempo per vivere, conosce il significato della morte, e quando uno vive con la morte presente, vive il mondo in una modo diverso. 

Sapere di morire rende la nostra vita migliore, perché ci evita di sprecarla, questa diventa una buona cura delle nevrosi, perché non si può più perdere tempo per esse! 

Diventa urgente incontrarsi con il centro di se stessi. 

Perché non tutte le cose della vita, si sostengono in presenza della morte. L’esperienza della morte ci purifica dall’effimero; la transitorietà e l’impermanenza della vita, permettono ad essa di fluire. 

Tutta l’esperienza della vita, è un fluire di qualcosa che non è sostanziale di per sé. Perché tutto ciò che accade è solo un simbolo e non la verità, lo dice pure Goethe

Avere una sensibilità particolare, non solo nel sapere di dover morire, ma nel sostenere questa consapevolezza, senza diventare cieco davanti a questa ineluttabile verità. 

Da bambini protetti dobbiamo farci eroi, farci uomini, per stare all’altezza della morte. 

Quando si parla o quando si comincia il viaggio interiore, il pensiero lo si deve mettere da parte, perché il pensiero diviene semplicemente una mappa che si crea percorrendolo. 

Sono una mappa del viaggio interiore anche i grandi classici della letteratura. l’Iliade e l’Odissea, le epopee antiche sono una traduzione e di conseguenza un’esposizione del viaggio interiore ed in origine erano miti che poi sono divenuti letteratura, romanzo ed epica. 

Il viaggio degli Achei a Troia, è simile al viaggio dell’eroe che deve liberare la principessa e che metaforicamente rappresenta l’anima. L’odissea è il viaggio di ritorno, perché il viaggio interiore non è solo un viaggio all’aldilà, ma è una viaggio di andata e ritorno dall’aldilà. 

Chi comincia questo viaggio vuole conoscere il cielo ma quando poi ci arriva sente che non ha molto senso stare nel cielo se non per ritornare a terra e fare qualcosa con il vissuto in un’altra forma di stare. 

Anche i patriarchi nel libro della Genesi, sono una variante del mito dell’eroe, dove l’eroe non è unico ma un insieme di più eroi successivi, Abramo, Isacco e Giacobbe. Mentre poi Giuseppe potremmo dire che è l’incarnazione completa del mito, un riassunto. 

Questa capacità del genere umano, di riportare gli stessi contenuti in diversi contesti ed opere di culture differenti è ben chiara agli antropologi che, ad esempio, riconoscono ad ogni sciamano la capacità di inventare lo sciamanesimo da solo, nuovamente ogni volta in ogni cultura, anche quando non ha avuto nessun contatto con altre. 

Successivamente le religioni codificano il processo del mito, partendo dagli elementi dello sciamanesimo, ed anche se gli schemi sono differenti, il vissuto descritto è lo stesso, l’argomento centrale è insito nell’uomo. 

In culture diverse si chiamano diversamente le stesse cose. Così differenti “cercatori” finiscono per cercare le stesse cose in libri diversi di epoche diverse. In Europa Dio, in Cina il Tao, in India il Buddha. 

Culturalmente in Europa risulta ancora strano dire che la ricerca di dio è di noi stessi, o che noi siamo dio. Nella nostra cultura dio è molto lontano, infinitamente lontano da noi. Quindi non ci viene facile notare queste corrispondenze. Non siamo consapevoli della nostra vera natura, della nostra luce interiore, della coscienza stessa. 

Si finisce quindi per non incontrare dio perché è troppo vicino, come un pesce non vede l’acqua. Stiamo cercando qualcosa di invisibile, perché cerchiamo noi stessi, come un seme che non conosce l’albero che sarà o che può diventare. Siamo dei che non hanno ancora incontrato la loro natura immortale. 

Ma già gli antichi avevano capito che il concetto di dio può essere un ostacolo alla ricerca, per quello alcuni vietano le immagini, l’aspetto simbolico. Alcune religioni vietano anche di formare concetti su dio nella mente razionale. Dio deve rimanere un mistero, solo così ci aiuta. 

Abramo è la prima parte della ricerca, lascia tutto e parte. Arriva alla terra promessa, crea un altare, più volte, come i vissuti individuali che sono momenti rari, ed ogni volta divengono un’esperienza più profonda. Poi nasce Isacco, suo figlio, come nasce in noi un’altra identità, la via illuminativa, si ha una stabilità, che dura per un periodo limitato. Isacco è uno che si fa ingannare e che va oltre le convenzioni. Giacobbe arriva come evoluzione, mentre prima era tutto più facile ora diventa più difficile. Egli ruba il diritto alla primogenitura d’accordo con la sua madre, è furbo, lui sente di essere l’eletto. La furbizia è parte del viaggio. Lavora tanto e poi fugge, torna a casa con la paura che il fratello possa ucciderlo. 

Ma come si può fare uno sviluppo sano? La discesa agli inferi non si può sanificare, perché c’è sempre un elemento di rischio. Rimane ed è una grande avventura. 

Il viaggio dell’eroe sembra molto una cosa greca, ma in realtà permea tutte le culture, perché c’è sempre qualcosa che arde e non si consuma, un fuoco che si alimenta da solo, l’amore per il divino. 

In Egitto, un’iscrizione di Iside diceva “io sono ciò che sono”, esempio di una conoscenza che evidenzia un’unità dello spirito. 

Poi c’è il viaggio di Mosè, ed è il viaggio dell’eroe accompagnato da un popolo. 

In tutti questi viaggi c’è una fase di espansione e una di contrazione, entrambi sono importanti. 

Nella prima parte del viaggio ci sono le sfide. Gilgamesh all’inizio del suo viaggio è un po’ come Don Chisciotte, vuole fare grandi cose, vuole essere ricordato, è preso dalla grandiosità, ma a metà del percorso muore il suo compagno e amico, che è come la morte di una parte di se stesso, almeno simbolicamente. 

La seconda parte del viaggio si occupa di qualcosa che rimanga che sia permanente, si interessa dell’immortalità. E’ enigmatico perché nella forma in cui è scritto il racconto, Gilgamesh non trova l’immortalità. 

Apparentemente la storia di Gilgamesh è come la storia di Cristo, è una sconfitta per gli Ebrei, perché per loro non poteva essere il Messia, non potevano concepire un Messia che non fosse un re. 

Nello stesso modo, Gilgamesh non riesce a trovare la permanenza, ma simbolicamente il libro suggerisce che incontrare l’impermanenza è una qualità di una consapevolezza che sta già nel trascendente. 

E’ come se fosse un fatto paradossale. 

Ritorna Gilgamesh alla sua terra d’origine, celebra il mondo finito, celebra la bellezza e glorifica il mondo manifesto. Ritorna trasformato. 

Così ci sono tante cose nell’Odissea e c’è anche il viaggio di ritorno, il viaggio nel buio, che è una delle parti del viaggio meno conosciute. Il viaggio finisce nella visione di Dio, come succede a Dante, che incontra il divino e poi torna a casa per scrivere la Divina Commedia. 

Se si considera l’itinerario vero del viaggio, quale è il punto finale? il cielo o la terra? 

Probabilmente è l’integrazione del cielo e la terra, che porta ad un paradiso terreno, la capacità di guardare ed incontrare il divino in tutto. 

La Bibbia dice che dopo la morte, per i degni, c’è la ricompensa divina del Paradiso. 

“Il Cantico dei Cantici” il libro di Salomone, che è considerato nella tradizione ebraica il più sacro dei libri dell’antico testamento, non compare mai la parola dio, ma c’è solo l’amore umano, perché il dio è totalmente incarnato nell’umano che l’amore tra coppia umana rappresenta questa divinità vissuta nella terra. 

Goethe nel viaggio del Faust, dice che non è un viaggio normale all’inferno, come Dante che ne è solo uno spettatore. Goethe parla di un processo di demonizzazione, è un’invito a noi a riflettere che se vogliamo intraprendere questo viaggio al cielo c’è un aspetto tragico di questo viaggio, non proprio come una discesa all’inferno ma piuttosto come un processo di trasformazione diabolica. 

Una parte di noi sta salendo per incontrare il divino mentre l’altra discende a incontrare il diavolo interiore. Questo è un aspetto del viaggio di Faust che è molto raro nella letteratura europea. 

Una persona fa molto nel mondo, ma è perso nel mondo, e deve ricentrarsi alla vita contemplativa dopo una fase di esperienza attiva. Non basta vincere il diavolo, si deve metterlo al servizio della divinità, solo che nella pratica non è una cosa tanto volontaria, una persona che supera le passioni non è identificato con i suoi desideri. 

Quando superiamo il dolore, quando siamo aldilà del dolore, tutto diviene guardabile. 

Tutto quanto abbiamo sviluppato per difenderci, quando diventiamo liberi, si trasformano in talenti, risorse. 

Uno che ha imparato a comandare, perché ha dovuto apprendere l’autorità da bambino, avrà una grande capacità di comando a sua disposizione quando è uomo libero. 

Metaforicamente è quello che succede ai nostri personaggi, nel mentre gli interpretiamo e li giochiamo all’interno di quei mondi fantastici che abbiamo aiutato a creare. Più questi personaggi proseguono nella loro ascesa, più il loro potere s’incrementa fino a divenire delle vere e proprie divinità.

Fate un profondo respiro e concedetevi un ultimo cichetto che siamo quasi alla fine!

Raggiungere la risonanza con la legge cosmica significa intrecciare armoniosamente i cicli di vita e morte, comprendendoli non come opposti, ma come elementi di un unico processo continuo. Questa visione, profondamente radicata in diverse tradizioni spirituali e filosofiche, suggerisce che esista un ordine universale dove tutto è connesso. All’interno di questo schema, ogni evento, dalla nascita alla morte, contribuisce all’equilibrio cosmico, riflettendo una continuità senza interruzioni tra inizio e fine, simbolo di una perpetua armonia universale.

Armonia che similmente ritroviamo nella musica, perché c’è anche la metafora musicale, e se andiamo a vedere le loro biografie anche i grandi musicisti sembra abbiano percorso questo viaggio interiore. 

La musica è implicitamente una forma drammatica, e se si riesce a cogliere questo pensiero, si apre tutto un nuovo linguaggio. 

La musica è qualcosa aldilà della musica. La musica è più della musica stessa, similmente alla narrativa. 

Ma la musica esprime la verità umana, e lo fa senza parole, direttamente. 

Così almeno dice Claudio Naranjo dopo essersi bevuto dell’abbondante Pisco… 

Quando si capisce che la musica parla del viaggio interiore, tutta la musica diventa uno specchio. Diventa più rilevante al nostro processo, quando si impara ad ascoltare, la musica diventa un grande stimolo che contagia la percezione. 

Per i grandi musicisti, come Beethoven, la musica è parte di un processo interno che non si può esprimere chiaramente con tante parole. 

Beethoven non fu solo qualcuno che fece buona musica ma che passò attraverso un processo profondamente trasformativo, e questo lo si capisce sentendo con attenzione la Quinta sinfonia

Per capire la musica abbiamo bisogno di scovare il Logos nel Melos, entrambi sono termini di origine greca, il primo che può essere tradotto come “parola”, “ragione” o “discorso” mentre il secondo si riferisce alla “melodia” o alla “musica”. 

Nella filosofia greca, Logos rappresenta l’ordine razionale del cosmo, il principio che governa l’universo e che è alla base della struttura razionale e organizzata della realtà, mentre Melos rappresenta l’elemento emotivo ed espressivo, come la melodia, il ritmo e l’armonia, che suscita sentimenti e emozioni nell’ascoltatore o nel lettore. 

Tutto questo per dire che la musica dei grandi autori classici può agire come un ponte tra il mondo materiale e quello spirituale, facilitando esperienze di trasformazione e di elevazione della coscienza. 

Che dirvi, mettete alle orecchie due cuffiette, un bel pezzo di musica classica e partite per il viaggio. 

(p.s. non scordate di portare da bere).

Le vibrazioni nell’aria sono il respiro di Dio che parla all’anima dell’uomo.
La musica è il linguaggio di Dio.
Noi musicisti siamo quanto più vicini a Dio possa esserci l’uomo.
Noi udiamo la sua voce, leggiamo le sue labbra, generiamo i figli di Dio, che cantano le sue lodi.
Questo è ciò che sono i musicisti.

“Io e Beethoven” (Copying Beethoven) è un film storico drammatico diretto nel 2006 da Agnieszka Holland.

Riferimenti:

“Stand by Me” – “Ricordo di un’estate” è un film del 1986 diretto da Rob Reiner.

“Morfologia della fiaba” (1928) è un celebre saggio di Vladimir Propp.

“L’eroe dai mille volti” (1949) un libro di Joseph Campbell. 

“Divina Commedia” (~1321) è un poema allegorico-didascalico di Dante Alighieri in lingua volgare fiorentina.

“Don Chisciotte della Mancia” è un romanzo spagnolo di Miguel de Cervantes Saavedra, pubblicato in due volumi, nel 1605.

“Faust” è un dramma in versi di Johann Wolfgang von Goethe del 1808.

“Il libro degli eroi. Leggende sui Narti” (1965) è un libro dello storico delle religioni francese George Dumezil.

One response to “Quale viaggio di quale eroe?”

  1. […] L’avventura è un viaggio emozionante, spesso imprevedibile e dall’esito incerto, caratterizzato da sfide, scoperte e momenti di crescita personale. È l’esplorazione di territori sconosciuti, sia fisici che mentali, alla ricerca di nuove esperienze e conoscenze. Nell’avventura, si affrontano rischi e ostacoli, ma si incontrano anche persone e luoghi che arricchiscono il proprio bagaglio di vita. È un’esperienza che porta con sé adrenalina, entusiasmo e un senso di libertà, spingendo gli individui oltre i loro limiti per abbracciare l’ignoto e il proprio potenziale. Nell’avventura siamo certi di ritrovare il “viaggio dell’eroe“.  […]

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