un blog sul mondo dei giochi di ruolo, con le sfumature euforiche e disinibite tipiche dell'alcol.

Quanti di noi hanno mai sperimentato un’avventura degna di quelle affrontate durante una sessione di gioco?

Immagino che siano davvero pochi, eppure tutti bramiamo storie da raccontare.

Ci nutriamo dell’avidità per le narrazioni scritte o raccontate da altri, immergendoci spesso in libri o fumetti. Lo stesso accade con il cinema: aspiriamo a provare quelle sensazioni di piacere, brivido ed emozione che raramente fanno parte della nostra vita quotidiana, e quindi le prendiamo in prestito dagli autori che condividono la loro fantasia con noi, arricchendoci di esperienze altrimenti inaccessibili. 

L’umano desiderio di cercare esperienze significative da vivere e condividere con gli altri nasce dalla profonda necessità di sentirsi pienamente vivi, di confermare la nostra esistenza attraverso le esperienze che ci plasmano. 

L’essere umano è intrinsecamente portato a esplorare e scoprire il mondo che lo circonda. In molte circostanze, cerchiamo evasione dalla monotonia quotidiana o dai nostri problemi personali. Le avventure, che siano reali o immaginarie, sono spesso cariche di suspense, azione e momenti emozionanti. Esse offrono opportunità di apprendimento e crescita personale, in cui le persone possono identificarsi con i personaggi avventurosi e sentirsi connesse alle loro esperienze, trovando conforto, ispirazione e un senso di appartenenza. 

Filosofi illustri come Sartre hanno riconosciuto l’importanza del bisogno di avventura, tanto da dedicargli spazio nei loro scritti. Non voglio certo scomodare nessuno, tanto meno Sartre, dalla sua posizione esistenzialista, ma ogni omicidio necessita di almeno una vittima, come un bicchiere anela la sua birra.

Ma procediamo, perché la sbornia sta già facendo breccia dentro di voi fin dalle prime righe, e non manca poco al momento in cui vi lamenterete di avere la nausea, e purtroppo è proprio da quest’ultima che dobbiamo iniziare. 

“La nausea” è un romanzo filosofico in cui Sartre segue le vicende di Antoine Roquentin nel momento in cui si trova a vivere una crisi esistenziale. Ci troviamo nella città fittizia di Bouville, ed egli è il nostro amato protagonista, afflitto da una sensazione continua di “nausea” che lo pervade mentre cerca di dare un senso alla sua esistenza e al mondo che lo circonda. 

Tuttavia il lettore scopre subito che essa non dipende da un sano abuso di alcol come sarebbe lecito supporre, ma non voglio farvi nessuno spoiler

Però una cosa devo dirvela, per continuare questa riflessione, ovvero che uno dei principali messaggi del romanzo è che la vita umana è intrinsecamente priva di significato e scopo predefinito.

E voi direte: e grazie ar ca’ !!!

Leggendo il romanzo, scritto in forma di diario, ci si rende conto che non esiste una verità oggettiva o un significato intrinseco nell’universo; la vita è ciò che ogni individuo decide che sia. Questa consapevolezza della libertà individuale può essere liberatoria ma anche angosciante, poiché implica una responsabilità totale per le proprie azioni e scelte. 

Il romanzo infatti nella sua prima parte suggerisce che la ricerca di significato può essere un’esercitazione futile. Antoine scopre che le relazioni umane sono spesso superficiali e prive di autenticità, e che cercare di trovare significato nell’interazione con gli altri è un tentativo vano che può portare a sperimentare una sorta di “crisi della percezione” in cui la realtà sembra distorta e priva di senso. Qui la realtà è soggettiva e dipende dall’interpretazione individuale, anziché essere una verità oggettiva e universale. 

Antoine, parla di avventure, di quegli eventi che escono dall’ordinario senza essere necessariamente straordinari. Pensa alle sue avventure e nel momento che ci pensa, gli sembra di aver sempre mentito e di non aver avuto la minima avventura o piuttosto di non sapere nemmeno più che cosa voglia dire questa parola. 

L’avventura è un viaggio emozionante, spesso imprevedibile e dall’esito incerto, caratterizzato da sfide, scoperte e momenti di crescita personale. È l’esplorazione di territori sconosciuti, sia fisici che mentali, alla ricerca di nuove esperienze e conoscenze. Nell’avventura, si affrontano rischi e ostacoli, ma si incontrano anche persone e luoghi che arricchiscono il proprio bagaglio di vita. È un’esperienza che porta con sé adrenalina, entusiasmo e un senso di libertà, spingendo gli individui oltre i loro limiti per abbracciare l’ignoto e il proprio potenziale. Nell’avventura siamo certi di ritrovare il “viaggio dell’eroe“. 

Antoine è preda di un’epifania e capisce che affinché un avvenimento comune possa diventare un’avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo. E’ però una dimensione che inganna le persone, l’uomo è sempre un narratore di storie, vive circondato dalle proprie e da quelle altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e vive nel tentativo di affrontare la propria esistenza come se la raccontasse. 

Ma bisogna scegliere: o vivere o raccontare. 

Nel momento che si trova a raccontare le proprie vicende scopre di possedere un’avventura, ma appena qualcuno lo desta da quel raccontare, si sente assalire dalla rabbia senza saper bene il perché. 

Lo capirà poi: smettendo di raccontare bisognava ricominciare a vivere e l’impressione di possedere un’avventura svaniva. 

Insomma, per Sartre, ci si prende in giro quando si dice di aver vissuto delle avventure, perché sono prodotti della fantasia che esistono solo nell’atto di raccontarle.

Gli avvenimenti possono avvenire nella vita reale, ma non succedono con i modi dei racconti da cui nascono le avventure che amiamo. 

Ma quindi l’avventura è un prodotto dell’animo che esiste solo nel passato, nata in seno ad un racconto, oppure esiste realmente nella vita reale? 

Non nel modo che viviamo leggendo un libro, tanto meno nel modo che viviamo giocando di ruolo. 

Sartre ci lascia con dell’ottimismo, ci fa regalo della libertà. 

Cosa c’è di più bello di poter essere liberi di tuffarsi nelle avventure magari insieme a Sandokan

Per chi è appassionato delle vecchie serie TV, potrebbe venire in mente la trasposizione per il piccolo schermo, che rappresenta il primo esempio di “teleromanzo” italiano realizzato con la stessa cura e l’imponenza produttiva di un colossal cinematografico.

Invece gli amanti del genere avventuroso che non hanno paura di leggere un libro scritto il secolo scorso sanno già di cosa parlo. 

Ma quindi è possibile creare un’avventura senza che nella realtà se ne sia mai vissuta una? 

Potrebbe risponderci Emilio Salgari, che ha scritto svariati cicli come quello dei pirati della Malesia o quello dei corsari delle Antille, arrivando a produrre qualcosa come 200 tra romanzi e racconti, uno che nel suo piccolo è stato definito il “Jules Verne Italiano”. 

Potrebbe essere interessante riflettere se l’accostamento tra i due grandi scrittori sia dovuto anche ai loro periodi oscuri oltre che alla bravura. Il primo, dopo aver vissuto in povertà per gran parte della sua vita e aver visto la moglie internata in un manicomio, finì per suicidarsi con un rasoio. Il secondo, con una famiglia altrettanto sfortunata, fu prima vittima di un tentato omicidio da parte del nipote psicotico Gaston e finì poi per trascorrere gli ultimi anni della sua vita su una sedia a rotelle. 

Indubbiamente, anche se il creatore della Tigre di Mompracem ha avuto poche esperienze di viaggio di persona, il suo zelo nell’assorbire conoscenze attraverso atlanti e dizionari è stato straordinario. Grazie a queste fonti, ha dato vita a oltre 1.300 personaggi, basando ogni sua opera solo su scrupolosi approfondimenti. 

Salgari può essere considerato praticamente un ‘viaggiatore virtuale’, poiché la maggior parte del suo tempo lo ha trascorso o nella biblioteca civica di Torino a documentarsi, o a casa a scrivere. Attraverso la sua fervida immaginazione e la dedizione alla ricerca accurata, è riuscito a creare mondi così vividi e realistici che è stupefacente il fatto che non ne abbia avuto alcuna esperienza diretta. 

Quindi armatevi di coraggio e scrivete le vostre avventure!

Sandokan Sandokan
giallo il sole la forza mi dà
Sandokan Sandokan
dammi forza ogni giorno ogni notte coraggio verrà

“Sandokan” è un brano dei fratelli Guido e Maurizio De Angelis, conosciuti anche come Oliver Onions, dedicato alla celebre serie televisiva Sandokan, pubblicato nel 1976 dalla RCA.

Riferimenti:

“Le tigri di Mompracem” illustrazione di Alberto della Valle (1900).

“La nausea” è un romanzo di Jean-Paul Sartre, pubblicato nel 1938.

Rispondi

Scopri di più da Dadi in Bottiglia

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere