Spesso usiamo queste parole come sinonimi. Diciamo “l’arte del Dungeon Master”, parliamo di “creare una storia”, ci sentiamo scrittori, registi, divinità in miniatura. Ma se guardiamo bene sul fondo del bicchiere, le due cose non potrebbero essere più diverse. Anzi, sono opposte.
L’Arte è una sfida all’oblio. L’Arte nasce da un’esigenza profondamente umana, forse la più spaventosa di tutte: la paura di sparire. Chi scolpisce, scrive o dipinge lo fa per lasciare il proprio senso ai posteri. L’Arte è un tentativo disperato e magnifico di battere la morte. Ci proietta nel futuro, è una firma su un muro che dice: “Io ero qui, io ho sentito questo”. L’Arte vuole restare. È un monolite di marmo piantato nel fiume del tempo.
Il Gioco, invece, è l’esatto contrario. Il Gioco è, per definizione, fine a se stesso. Non costruisce monumenti, non si preoccupa di chi verrà dopo. Il Gioco si consuma e si conclude interamente nel presente. È come un falò: esiste solo finché brucia. Non lo fai per la cenere che lascerà domani (che è sporca e inutile), lo fai per il calore che ti dà adesso.
Il problema di molti tavoli moderni nasce proprio qui: cerchiamo di trasformare il Gioco in Arte.
Vogliamo che la campagna sia “memorabile”, registriamo le sessioni per i podcast, scriviamo riassunti lunghissimi che nessuno leggerà, commissioniamo disegni dei personaggi. Siamo ossessionati dal lasciare qualcosa, dal proiettarci nel futuro. Ma facendo così, tradiamo la natura stessa del giocare.
Quando ci sediamo al tavolo con l’ansia di creare un capolavoro che “resti”, smettiamo di abitare il presente. Smettiamo di giocare. Diventiamo un architetto che è troppo impegnato a progettare il mausoleo per accorgersi che i suoi amici sono lì per giocare insieme mentre bevono una birra e ridono.
L’Arte è una statua: bellissima, fredda, immobile, pensata per gli occhi di chi non è ancora nato. Il Gioco è una danza: esiste solo mentre ti muovi. Se ti fermi per controllare come vieni in foto, la danza è finita.
Non c’è niente di male nel voler lasciare un segno, sia chiaro. Ma ricordatevi che il GdR non è fatto per battere la morte. È fatto per celebrare la vita mentre accade. È fatto di sguardi, di voci, di dadi che rotolano e di attimi che, proprio perché non torneranno più, sono preziosi.
Quindi, per la prossima sessione, fatevi un favore: smettete di preoccuparvi dei posteri. Loro non sono seduti al vostro tavolo. I vostri amici sì. Lasciate perdere l’immortalità. Godetevi l’effimero e magari un prosecco!
Perché l’Arte potrà anche salvarvi dall’oblio, ma solo il Gioco può salvarvi dalla noia della sobrietà!
Do you realize
That everyone you know someday will die?
And instead of saying all of your goodbyes
Let them know you realize that life goes fast
It’s hard to make the good things last
Riferimenti:
Natura morta con teschio (Conosciuto anche come Vanitas con tulipano, teschio e clessidra) è un dipinto di Philippe de Champaigne del 1671, oggi conservato nel Musée de Tessé di Le Mans, in Francia.

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