un blog sul mondo dei giochi di ruolo, con le sfumature euforiche e disinibite tipiche dell'alcol.

Succede spesso di vedere foto sui social di intere librerie piene di manuali di giochi di ruolo, avventure, espansioni, che includono diverse edizioni dello stesso gioco.

Similmente, nei mercatini dell’usato, si trovano intere collezioni, raccolte, vendute in blocco, quasi sempre “pari al nuovo” o “sfogliato solo qualche volta”.

A volte, osservando i gruppi in cui si discute di qualche dubbio sugli aspetti regolistici di un particolare gioco, magari accompagnando il post con una foto, mi capita spesso di leggere nei commenti ‘dove posso comprarlo?’, senza considerare minimamente il contenuto della discussione.

Come se possedere il gioco fosse molto più importante che partecipare attivamente ad una community.

Forse è una sorta di malattia da collezionismo che affligge molti di noi, quella di accumulare più giochi di quanti potremmo mai sperare di provare. Abbiamo così tanti giochi che spesso non troviamo il tempo di leggerli o persino di sfogliarli.

Oggi i cataloghi degli editori sono così vasti che è quasi impossibile tener conto di tutti i giochi e delle relative uscite, un po’ come succede già da tempo per i giochi da tavolo.

Se poi guardiamo ai concentratori online di giochi in formato digitale, specialmente quelli anglofoni che includono pubblicazioni indipendenti, ci sono migliaia di uscite a settimana. Se sommiamo ai cartacei anche i manuali posseduti in digitale, abbiamo spesso materiale per numerose vite!

Ma servono proprio tutte questi regolamenti? Tutte queste edizioni e riedizioni? Sono necessarie le grafiche patinate e lussuose per fare un buon gioco? o stiamo tenendo nelle mani, similmente all’editoria classica, qualche ristampa costosa del solito vecchio gioco?

Per non parlare dell’operazioni nostalgia dove rievocazioni di vecchi prodotti vengono proposte rinnovate nelle veste grafiche e nei prezzi, magari con qualche campagna ad hoc di finto finanziamento…

La mia non vuole essere una riflessione sull’iconografia della cultura di massa e sulla commercializzazione dei prodotti di consumo. Non servo io per sfidare la banalità e l’omologazione della società, ne per aggredire virtualmente i concetti tradizionali di bellezza e arte.

Però porsi delle domande è lecito, pensare è sano, riflettere in questi casi è doveroso. Bere poi, non smetterò mai di dirlo, è sempre la soluzione.

Può succedere che, più un gioco di ruolo diventa popolare, più il suo comparto artistico tende ad uniformarsi in termini di stili e temi. Dalla brossura si tende subito alla rilegatura, con sempre più ampi formati e rilegature esotiche.

Pelle di cerbiatto albino l’abbiamo?

Tuttavia, è bene non generalizzare, perché c’è una vasta gamma di opzioni disponibili. Infatti, se lo desiderate, potete trovare anche giochi dal design antiquato, con grafiche in bianco e nero come si faceva 30 anni fa che “levete“!

È importante acquistare qualcosa perché, giustamente, gli editori necessitano di continuare le vendite per mantenere la loro attività.

Ma veramente abbiamo bisogno, oltre che di tutti questi prodotti, di tutti questi editori?

In termini di pluralità mi hanno sempre detto di si, in termini di effettiva necessità boh. Finché sono localizzatori di prodotti, forse non sono così fondamentali.

Certo può essere piacevole leggere un gioco nella propria lingua natia, ma cosa porti all’hobby se non produci qualcosa di tuo?

Ci sono giochi che escono e muoiono nell’arco di 6 mesi, per poi venire sostituiti da altri giochi destinati a morire a loro volta. Alcuni di questi nascono già morti e vengono tenuti in catalogo non perché ci sia una community di giocatori, ma perché è un prodotto che deve rimanere per poterlo continuare a proporre all’infinito. Giochi che vendono al massimo centinaia di copie. Sembra che sia necessario avere sempre la novità, specialmente in prossimità delle fiere.

Altrimenti cosa ti posso far prendere nel bundle del Black Friday con un 20% di sconto alla cassa?

Certo è che i principali editori/distributori di giochi di ruolo italiani hanno fatturati che partono dal milione di euro, con alcuni che raggiungono anche i tre milioni.

Non so come stia combinando il mercato dei giochi di ruolo a livello di fatturato nel suo insieme, ma sarebbe interessante fare qualche similitudine con il cugino più grande, il videogioco.

Infatti nel mondo dei videogiochi, il mercato sta crescendo a ritmi fortissimi duplicando il fatturato nel giro di pochi anni. La maggior parte del fatturato è rappresentata da due specifiche tipologie di giochi i ‘social gaming’ e i ‘casual gaming’.

Il social gaming è una forma di gioco che si svolge principalmente su piattaforme social come Facebook o siti di giochi online. Questi giochi sono concepiti per essere giocati con gli amici o altre persone online e spesso includono elementi di gioco di squadra e sfida. Molti giochi sociali si basano sulla competizione e possono essere giocati in modo informale tra amici o in modo più formale in tornei online.

Il casual game è una categoria di videogiochi contraddistinta da regole molto semplici e da un impegno minore richiesto per giocarli. Non richiedono particolari abilità o concentrazione, e grazie alla loro semplicità spesso sono prodotti con un budget di investimento limitato da parte dei produttori.

Questo dato è indicativo delle preferenze dei giocatori nati dopo la generazione X, e che giocano in una percentuale quasi doppia rispetto ai baby boomer.

Il dato più rappresentativo è che l’80% del fatturato dei videogiochi proviene da dispositivi mobili, primi tra tutti i nostri beneamati e onnipresenti smartphone.

Questo potrebbe spiegare anche la quantità di giovani che hanno felicemente invaso il mondo del gioco di ruolo, similmente a quanto succede per i videogiochi e giochi da tavola, che ormai sono usciti da un contesto storico di stereotipata valutazione negativa.

Da molti anni ormai è di tendenza essere considerati nerd e tutti ambiscono ad essere i più inclusivi del tavolo, tranne che per gli alcolisti che pare siano ancora un tabù nelle comunità di giocatori.

Tranquilli, ci sto lavorando.

Non per niente il “gioco” è la forma dominante di intrattenimento, ed i videogiochi sono all’apice dei fatturati del settore.

Tutto è talmente in cambiamento, che oggi non è necessario neanche giocare per far parte della comunità dei giocatori!

Oltre all’atto stesso del “giocare”, oggi è possibile “osservare” altre persone mentre giocano comodamente da casa, oppure “godere dell’intrattenimento” offerto dai giochi seguendo trasmissioni, unendosi a comunità online, partecipando a discussioni, ascoltando podcast e frequentando le convention.

Intrattenere e giocare sono cose diverse, formalmente, ma non a livello di fatturato.

Ad esempio potrebbe aver senso tenere in vita un gioco non perché viene giocato da un pubblico che l’acquista, ma perché c’è un pubblico che ama fruire di un intrattenimento basato su di esso.

Quello che succede sui videogiochi è sovrapponibile, in gran parte, con quello che succede nei giochi da tavola e non ultimo quello che accade con i giochi di ruolo.

Ovviamente con le relative proporzioni ed eccezioni.

Anche qui, per i videogiochi abbiamo collezionismo simile a quello dei GdR o dei GdT, con gli stessi estremi della cinefilia che per anni, prima dell’avvento dello streaming, sfornava di continuo “collector edition” o “extended edition”.

Quello che mi piaceva in passato, è che il nostro mondo di gioco, era più sperimentale, più incentrato sulla passione che sulle vendite, più nel costruire un hobby piuttosto che un catalogo.

Oggi su Facebook, qualcuno si chiede quali siano stati i prodotti che hanno veramente innovato il nostro hobby negli ultimi 10 anni, e le risposte non sono mai così incoraggianti.

Dovremmo riflettere se collezionismo, fatturati e intrattenimento, siano veramente capaci di portare un’innovazione nel settore e mantenere pulsante l’hobby.

Naturalmente, le opinioni su questi argomenti variano ampiamente da individuo a individuo. C’è chi sostiene che i collezionisti siano “i nuovi poser“, feticisti che trovano nel possesso e nell’esibizione un surrogato di ciò che desiderano ma non possono avere. Altri credono che la motivazione per collezionare sia legata al “senso di appartenenza” e alla nostalgia per la gioventù, una delle motivazioni più comuni per coloro di una certa età.

Sentirsi parte di una comunità è sicuramente importante, e la scelta di appartenere alla comunità dei giocatori piuttosto o a quella dei collezionisti potrebbe essere decisiva.

Push a little farther now
That wasn’t fast enough
To make us happy
We’ll love you just the way you are
If you’re perfect

“Perfect” è una canzone parte di “Jagged Little Pill” terzo album della cantante canadese Alanis Morissette.

Riferimenti:

“Campbell’s Soup Cans”, anche conosciuta come 32 Campbell’s Soup Cans, è un’opera d’arte realizzata nel 1962 da Andy Warhol.

One response to “Zombie”

  1. […] scrivevo nel post sugli Zombie, siamo diventati collezionisti di cadaveri editoriali. Ma qui il problema è più sottile: non è […]

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