un blog sul mondo dei giochi di ruolo, con le sfumature euforiche e disinibite tipiche dell'alcol.

Mentre osservavo il fondo del mio bicchiere di Cognac alle Pere Williams, perché anche nel caos ci vuole un minimo di decoro – il mio sguardo è scivolato, quasi per caso, sulla libreria alle mie spalle.

Lì, schierati come soldatini pronti a una guerra che non combatteranno mai, ci sono decine di manuali. Copertine rigide, foil dorati, illustrazioni che farebbero impallidire un museo rinascimentale. Sono bellissimi. Sono costosi. E sono, per la maggior parte, intonsi.

È stato in quel momento, tra un sorso e un sospiro, che ho avuto un’epifania degna di un critico di moda milanese durante la settimana del design: il gioco di ruolo è diventato Fast Fashion. O, per essere più precisi e coniare un termine orribile quanto basta: Fast Playion.

Avete presente quelle catene di abbigliamento che sfornano nuove collezioni ogni due settimane? Magliette che costano poco (o tanto, se c’è il marchio giusto), che indossate una volta per un aperitivo e che, al secondo lavaggio, diventano buone solo per lucidare l’argenteria?

Ecco, guardatevi intorno. Guardate i Kickstarter, guardate gli scaffali delle fiere.

Siamo bombardati da prodotti pensati non per essere giocati, ma per essere indossati. Il manuale di GdR non è più uno strumento, un cacciavite con cui smontare e rimontare la fantasia; è diventato un accessorio di stile.

“Oh, non stai giocando l’ultimo gioco indie svedese minimalista che si gioca bendati e bevendo solo acqua piovana? Ma sei out, caro mio. Quella roba OSR che usi è così… stagione scorsa.”

Nel Fast Fashion, l’obiettivo è farvi sentire inadeguati con quello che avete già nell’armadio, così da spingervi a comprare il nuovo capo che vi renderà, finalmente, parte del gruppo giusto.

Nel Fast Playion, succede la stessa identica cosa.

Escono giochi con cicli vitali più brevi di una farfalla ubriaca. Manuali che vengono lanciati con un hype mostruoso, giocati (forse) due volte in streaming da qualche influencer ben pettinato, e poi abbandonati per fare spazio al prossimo “best game ever” del mese successivo.

Abbiamo creato una cultura dell’usa e getta applicata all’immaginario.

Come scrivevo nel post sugli Zombie, siamo diventati collezionisti di cadaveri editoriali. Ma qui il problema è più sottile: non è solo accumulo, è tendenza. Compriamo il gioco perché “si porta”, perché fa figo avere quel tomo nello sfondo della webcam, perché dobbiamo dimostrare di essere sul pezzo.

Il risultato? Tavoli da gioco che sembrano passerelle. Ci sediamo (o ci colleghiamo) sfoggiando l’ultimo regolamento alla moda, con le meccaniche pret-a-porter del momento.

“In questo gioco non ci sono i Dadi, si usano i tarocchi marsigliesi interpretati al contrario!” “Geniale! Molto chic.”

E poi? Poi ci accorgiamo che il tessuto è scadente. Che le cuciture non tengono. Che sotto quella copertina patinata e quelle meccaniche “innovative”, il gioco non regge due sessioni senza scucirsi sui fianchi. Ma non importa, perché tanto tra un mese uscirà la nuova edizione Remastered, o un nuovo gioco che promette di rivoluzionare il modo in cui tiriamo le iniziative.

È un consumo bulimico di regole che non abbiamo il tempo di digerire. E sapete cosa succede quando non si digerisce bene? Esatto, serve un amaro. O due. O tutta la bottiglia.

Non voglio fare il vecchio brontolone che rimpiange i tempi in cui si giocava con i sassi e le fotocopie sbiadite. L’evoluzione è giusta, la varietà è sacrosanta.

Ma forse dovremmo smettere di trattare i nostri giochi come capi di Zara e iniziare a trattarli come quel vecchio paio di jeans consumati, quelli che ti stanno da Dio, che hanno preso la forma del tuo corpo (e della tua panza!) e che più invecchiano, più diventano comodi.

Diciamocelo chiaramente: il lusso non è comprare l’ultimo gioco prodotto dai vip di YouTube e pubblicizzato a cannonate nella “fierona” del settore. Avete presente? Quello di cui non potete neanche comprare l’edizione inglese a 59$, ma vi tocca sborsare 99€ per la versione italiana.

“Cavolo!! Costa meno della Grappa Nonino Riserva invecchiata 8 anni in barriques e piccole botti!”

Il lusso vero è avere un gioco che hai logorato a forza di usarlo. Un manuale con le pagine macchiate di birra e dell’olio delle patatine, con appunti ai margini, con la colla della rilegatura che cede perché lo hai aperto mille volte.

Quindi, la prossima volta che sentite l’impulso irrefrenabile di finanziare l’ennesimo progetto che vi promette di essere l’accessorio definitivo per la vostra estate ludica, fermatevi.

Respirate. Versatevi qualcosa di forte. E chiedetevi: “Lo voglio davvero giocare, o voglio solo che stia bene vicino al resto della collezione?”

Alla salute, e che i vostri giochi durino più di una stagione.

Fashion!
Turn to the left
Fashion!
Turn to the right
Oooh, fashion!
We are the goon squad and we’re coming to town
Beep-beep, beep-beep

“Fashion” è un singolo del cantautore britannico David Bowie, pubblicato nel 1980 come secondo estratto dall’album Scary Monsters (and Super Creeps).

Riferimenti:

“I shop therefore I am” di Barbara Kruger (1987) è una serigrafia fotografica su vinile.

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