un blog sul mondo dei giochi di ruolo, con le sfumature euforiche e disinibite tipiche dell'alcol.

C’è una sensazione di déjà-vu che mi assale ultimamente quando apro i social o YouTube. Non è l’alcol, ve lo assicuro (o almeno, non solo quello). È la sensazione fastidiosa di stare guardando la replica di un film che ho già visto, ma doppiato male.

Ci avete fatto caso anche voi?

Esce un video in America di uno YouTuber e 48 ore dopo spunta un video italiano che dice le stesse cose, con la stessa scaletta, ma con una scenografia peggiore.

The Alexandrian pubblica un nuovo saggio (come dimenticare “Three Clue Rule“)?

Ed ecco che fioriscono post su Instagram che ve lo spiegano come se fosse la pietra filosofale appena scoperta dall’influencer di turno. Reddit discute di una nuova polemica sterile sulla 5a Edizione? Tre giorni dopo, le nostre community sono in fiamme sullo stesso argomento.

L’Italia soffre di un cronico provincialismo. Affetti da una miopia culturale, tendiamo a sminuire le nostre eccellenze per idolatrare costantemente ciò che oltrepassa i confini nazionali. È la classica sindrome dell’erba del vicino: l’etichetta “estero” diventa automaticamente sinonimo di superiorità.

Questa esterofilia si manifesta quotidianamente, riducendoci a perenni imitatori. Invece di valorizzare le nostre reali capacità, guardiamo altrove con un ingiustificato complesso d’inferiorità, dimenticando che il mondo ci ha ammirato per secoli.

Siamo diventati un gigantesco scalo merci. Un porto di mare dove l’unica attività è l’Import-Export di idee altrui.

Il metodo più diffuso è quello di prendere un contenuto denso, scritto in inglese (magari un articolo di blog del 2015), di tradurlo mentalmente, sintetizzarlo brutalmente e di farci sopra un video di 15 minuti o un Reel di 60 secondi.

Il creatore si sente un genio, l’algoritmo magari lo premia ed un certo pubblico, che non è abituato ad estendere i propri confini linguistici, applaude.

Ma dov’è il valore aggiunto? Dov’è l’idea? Non c’è.

Questi “autori” stanno scommettendo sul fatto che voi siate troppo pigri per leggere in inglese o troppo distratti per cercare la fonte originale, magari di un autore svedese o di un vostro connazionale che pubblica giochi interessanti nel suo scantinato. Non sono chef che cucinano un piatto nuovo; sono fattorini che vi portano una pizza surgelata riscaldata nel microonde, spacciandola per gourmet solo perché ve l’hanno messa in un piatto colorato!

Sono come quelle birre diverse che in realtà sono tutte prodotte o distribuite dalla stesso produttore (Desperados, Dreher, Ichnusa, Messina, Moretti, etc.).

La conseguenza peggiore di questo pappagallismo non è la noia, è l’inquinamento culturale dove a volte siamo noi consumatori a scegliere di perdere la nostra identità in favore di quella lontana, che ci sembra spesso più bella e appetibile, magari solo perché è confezionata meglio.

A forza di importare contenuti senza filtro, importiamo anche i problemi, le nevrosi e le polemiche degli americani, che con la nostra cultura di gioco non c’entrano nulla.

Il GDR in Italia ha radici diverse.

È figlio della commedia all’italiana, del bar, dell’arrangiarsi, di una teatralità diversa da quella anglosassone.

Abbiamo un bestiario che l’Inferno ci invidia, eppure preferiamo le fantasie sintetiche d’oltreoceano. Ci facciamo spiegare il Medioevo da chi lo ha visto solo a Disneyland o sui manuali, dimenticando che a noi, per toccarlo, ci basta aprire le persiane di casa.

Sia chiaro: io non ho nulla contro Stati Uniti, Germania, Francia o persino il Principato di Sealand.

Il problema siamo noi.

Ci dimentichiamo di quanto è ricco il nostro territorio semplicemente perché non siamo più abituati a guardarci intorno, troppo occupati a guardare altrove, o semplicemente a fissare lo smartphone.

Eppure, ci ritroviamo a discutere di teorie puritane o di game design iper-strutturato che funzionano a Seattle ma che crollano miseramente in una cantina della provincia di Brescia davanti a pane e salame. Stiamo indossando vestiti tagliati per qualcun altro, e ci meravigliamo che ci stiano stretti.

La nostra tradizione è piena di spunti: magari non tutti inediti, ma sicuramente più affascinanti di certi mostri con d20 consonanti nel nome (Ixitxachitl, sul serio?).

Invece di farci invadere dalle Mante Dentate di Seattle, perché non buttiamo i PG in Lombardia contro il Tarantasio , un drago serpentiforme con l’alito pestilenziale che si mangia i bambini e che, tecnicamente, governa ancora Milano visto che è il biscione dei Visconti? O in Umbria, nelle paludi tossiche del Thyrus?

Abbiamo il Badalischio sull’Appennino: testa di gatto, corpo di serpente e sguardo paralizzante, nato da un uovo di gallo covato da un rospo. Un incontro di basso livello perfetto per finire malissimo.

Volete gli spiritelli fastidiosi? Dimenticate i folletti celtici. Abbiamo il Munaciello in Campania, caotico e vendicativo, o il Mazapégul in Romagna, un incubo erotico metà gatto e metà scimmia che spiega la paralisi del sonno meglio di qualsiasi manuale dei mostri. Abbiamo il Linchetto toscano che ti annoda i capelli nel sonno (e per fermarlo devi farlo contare i chicchi di riso fino all’alba).

Volete le streghe? Le Janare campane che volano unte di unguento e che puoi bloccare solo sapendo la parola magica giusta, o la Borda padana, cieca e orribile, che ti strangola nella nebbia.

E se volete il terrore puro, andate in Sardegna e fate sentire ai vostri PG il muggito dell’Erchitu: un uomo condannato a trasformarsi in un bue bianco con corna d’acciaio, circondato da diavoli, che annuncia la morte.

Roba da far impallidire i mind flayer.

E noi cosa facciamo? Giochiamo a D&D per ammazzare i goblin.

Allora, cosa dovrebbe fare un autore oggi? Inventare una nuova meccanica? Un nuovo dado?

No.

Di meccaniche ci avete frantumato gli zebedei, e ne è pieno il cimitero del game design. Ogni cambio di dinamica, regola o dado, genera un nuovo gioco con un nuovo nome, a volte senza sostanziali cambi di esperienze.

Che poi è la triste verità: compriamo cinquanta scatole di GdR diversi per non ammettere che stiamo giocando, all’infinito, sempre alla stessa roba. È come comprare il Monopoli di Harry Potter e convincersi di stare facendo un gioco di magia per babbani.

L’originalità, quella vera, quella che vi fa fermare a leggere o ad ascoltare, nasce dall’ibridazione.

Nasce dal prendere il GDR e farlo schiantare contro qualcosa che non c’entra niente. È parlare di John Cleese per spiegare il Master. È usare Brigitte Bardot per parlare di Carisma. È citare l’architettura gotica per spiegare come strutturare un dungeon, o la cucina molecolare per parlare del sistema magico.

L’originalità richiede un filtro personale. Almeno metteteci del vostro. Fate come gli autori seri: rubate spunti, smontateli, mescolateli col fango della vostra esperienza e tirate fuori qualcosa di nuovo.

Non è interessante cosa dice “il manuale” o cosa dice “il guru americano”. E’ interessante cosa ne pensi tu, dopo che hai giocato per vent’anni, dopo che hai litigato col tuo gruppo, dopo che hai bevuto troppo e hai avuto un’illuminazione guardando un film di serie B.

Se togliamo la vostra faccia e la vostra voce dal contenuto, e quello che resta è solo una traduzione di regole o consigli generici, allora non siete autori. Siete traduttori abusivi.

Gli esempi nel mondo dei giochi Italiano sono ovunque: intere sezioni di siti web, canali youtube tematici, manuali di gioco, contenuti di Patreon, academy e corsi, manuali per la creazione di giochi, avventure, etc.

Quindi, un consiglio a chi scrive, parla o fa video.

Chiudete i manuali, i blog e Youtube degli altri. Guardatevi intorno.

Leggete un libro che non parli di elfi. E poi tornate al tavolo. Perché abbiamo disperatamente bisogno di pensatori, non di fotocopiatrici umane.

La vostra voce, magari roca, magari stonata, magari sporcata da un bicchiere di troppo, sarà sempre infinitamente più interessante dell’eco perfetta (e sobria) di qualcun altro.

Alla vostra!

I did promise that for one hour, I’d tell you only the truth.
That hour, ladies and gentlemen, is over.
For the past seventeen minutes, I’ve been lying my head off.

“F for Fake” (in francese: Vérités et mensonges , “Verità e bugie”; in spagnolo: Fraude , “Frode”) è un film docudrama del 1973 co-scritto, diretto e interpretato da Orson Welles , che ha lavorato al film insieme a François Reichenbach , Oja Kodar e Gary Graver.

Riferimenti:

Un giorno in pretura” è un film del 1954 diretto da Steno con Alberto Sordi.

Il “Marilyn Diptych” di Andy Warhol (1962) è un’iconica opera di Pop Art, creata poco dopo la morte di Marilyn Monroe, composta da 50 serigrafie della star, divise in 25 immagini colorate e vivaci (simbolo dell’icona glamour) e 25 in bianco e nero e sbiadite (che richiamano la sua mortalità e la caducità della fama), esplorando temi di celebrità, morte e mercificazione attraverso la ripetizione ossessiva di un’immagine tratta da una foto pubblicitaria del film Niagara (1953).

Rispondi

Scopri di più da Dadi in Bottiglia

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere